I programmi televisivi spesso incantano le nostre coscienze in una maniera di cui non siamo consapevoli.
In realtà, gli ideatori di tali programmi o della pubblicità in generale, consapevoli del fascino che il mito ancora oggi esercita su di noi, vi attingono a piene mani: così proliferano quelli che, ripescati dalla nostra memoria collettiva, sono i fantasmi dell’antichità, siano essi Sirene, Ninfe danzanti o dee. Come non vedere, nel corpo nudo di una donna, che esalti le proprietà organolettiche di una marca d’acqua, l’incarnazione di Venere che nasce dalle acque? Al fine di illustrare lo stretto nesso che intercorre tra letteratura ed arte figurativa, cercherò di isolare l’aspetto mortifero della sessualità, quale esso si manifesta sul volto di una donna in particolare: “In quel viso parevano esserci uno smisurato orgoglio e un disprezzo che sconfinava nell’odio, e nello stesso tempo c’era un che di fiducioso, di meravigliosamente ingenuo; queste due caratteristiche contrastanti suscitavano quasi un senso di compassione in chi guardava quei lineamenti. Quell’abbagliante bellezza era quasi insopportabile, la bellezza del viso pallido, delle guance infossate e degli occhi ardenti. Strana bellezza!” Nel romanzo L’idiota (1868), viene così descritta un’eccezionale figura femminile, creata dal genio di Dostoevskij. Eppure non è difficile intravedere, nella descrizione della donna, alcuni dei tratti di Medusa, la femme fatale che, ripresa dalla mitologia classica, ha più ispirato le creazioni dei romantici.
Il mito di Medusa è uno di quelli che ha determinato la sensibilità moderna. Sul suo volto il romanticismo riconosce un misto di crudeltà e bellezza, di sofferenza e fascinazione decadente, come ha spiegato Mario Praz ne La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica (1930). Da Shelley a Baudelaire Medusa diviene il simbolo dell’insana, eppure, in quanto donna, capace di suscitare in chi la guarda un senso d’irresistibile attrazione e d’opprimente sofferenza. Ancora nel romanzo di Dostoevskij: “Nel viso di quella donna c’era sempre qualcosa di tormentoso […], il viso di lei sin da quando ne aveva visto il ritratto aveva suscitato nel suo cuore la sofferenza della pietà; questo sentimento di compassione e persino di sofferenza per quella creatura non abbandonava mai il suo cuore […] e solo adesso, nell’istante della sua improvvisa apparizione, egli comprese, forse inconsciamente, che cosa mancava nelle parole dette a Rogožin. Mancavano parole che potessero esprimere l’orrore, sì, l’orrore! Egli ora, in quell’istante, lo sperimentava sino in fondo; era sicuro […] che quella donna era malata di mente”.
La bellezza e la morte che, unite in modo inestricabile, si legano al corpo di una donna, con il potere di far girare la testa a tutti gli uomini che la scrutano in viso. E sì! Si tratta proprio di Medusa, colei che pietrifica con lo sguardo. Ella era, secondo il mito, l’unica mortale fra le Gorgoni che aveva osato accoppiarsi con il dio Poseidone – subendone per altro la violenza – sull’altare di Atena. La dea, adirata per l’empio gesto di Medusa, la trasforma in una sorta di cyborg greco con capelli di vipere, mani di bronzo e ali d’oro. Il suo sguardo pietrifica e uccide, finché Perseo, protetto da Atena, riesce ad eliminare Medusa, guardandone il volto riflesso su uno specchio e mozzandole la testa di netto. L’abilità dell’eroe, è facile constatarlo, consiste nel non guardare direttamente il viso della donna che seduce e paralizza l’uomo, ma in maniera mediata dai riflessi sullo specchio-scudo.
Un gioco di sguardi così complesso, questo, che dovette a suo tempo affascinare Freud, allorché questi, interessato alle possibili applicazioni della sua teoria dello sguardo, decise di soffermarsi sulla Testa di Medusa (1597), dipinta su di uno scudo dal Caravaggio. Sul volto di Medusa si legge ancora lo stupore di una morte improvvisa ed inevitabile. Scrive Freud nel suo saggio (1922): “La vista della testa di Medusa, per l’orrore che suscita, irrigidisce lo spettatore, lo muta in pietra”. Niente di nuovo, già ne L’idiota si legge: “Il principe si volse e rimase a guardarla immobile come una statua”. La vista della testa di Medusa suscita orrore nello spettatore perché rappresenta uno spettro del complesso di castrazione. Di nuovo c’è che Freud lega il tema della visione con quello dell’evirazione. Niente paura! Siete ancora in possesso della vostra virilità, dato che Freud è convinto che la pietrificazione o irrigidimento, conseguente alla vista della testa di Medusa, avvenga allo scopo di rassicurare l’uomo. Lo stesso vale per i serpenti-capelli che, in realtà, servono a mitigare l’orrore. Un interpretazione, questa, un po’ troppo maschilista del mito, che esclude di fatto una qualche reazione femminile, pur non esaurendo lo spettro delle possibili sensazioni suscitate in noi dalla visione di Medusa rediviva, che potrebbe ricomparire nella vita reale o in sogno. Si ringrazia il preside della Facoltà di Scienze della Formazione Michele Cometa, mio ex docente di Letterature Comparate, il cui corso "Da Apocalipse Now ai romantici" mi ha trasmesso un metodo di lavoro, consentendomi di "vedere" alcune brillanti associazioni tra letteratura, psicoanalisi ed arti figurative.
Artcolo tutelato dalla legge sul diritto d'autore, a firma di Davide Cufalo, pubblicato sul giornale "Momenti di vita locale" nel novembre del 2004.

Sindicazione
15.10.09 @ 15:46:27
da elisa1
E' facile scrivere un commento: basta ...
05.09.09 @ 21:23:17
da Davide
Non condivido quello che scrivi, perché ...
28.05.09 @ 11:02:38
da Davide
Si chiama servizio civile nazionale, anche ...
19.05.09 @ 19:11:09
da CARMINE
12-15 permessi 'liberi', magari!! Ma che ...
16.02.09 @ 21:10:43
da Salvatore
Richiesta legittima fino a prova contraria. Cari ...
31.01.09 @ 14:33:42
da Davide
Bel Blog, grazie per la promozione. ...
11.12.08 @ 12:29:31
da Giovanni
Joseph Goebbels, il ministro della censura.
01.12.08 @ 11:15:37
da Davide
Il commento al libro è un ...
30.11.08 @ 14:40:57
da Giovy1974
Il mio testamento non può che ...
27.11.08 @ 09:27:02
da Davide