Affaccia a la finestra, torcia
d’ora, ca sta canzuna è cantata pi tia – intonava il carrettiere di Capaci
per incantare la donna amata, o pigniddu d’oru
(piccola pigna d’oro) nelle
parole del giovane innamorato. Una raccolta di canti inediti di carrettieri è
contenuta nel testo Il carretto siciliano
di Giuseppe Capitò, riedito nel 2008 da Sellerio in una veste grafica di
pregiata fattura. Il libro contiene diversi saggi di autorevoli cultori
dell’arte siciliana del carretto.
Un saggio dell’opera descrive il mondo dei carrettieri, sopravvissuto
all’oblio grazie ai racconti e ai canti dei “maestri”, che conservano un’alta
concezione del proprio mestiere e del tipo di vita che conducevano, al punto da
rimarcare la propria differenza rispetto al mondo contadino. Tavula ricca e tistamentu poviru – ripetono
i carrettieri riferendosi al loro modo di vivere. Al carrettiere, sovente
proprietario di un mezzo di trasporto, quale era il carretto, e raramente alle
dipendenze di qualcuno, poco importava la necessità di risparmiare presente nei
discorsi dei contadini. Traspare dalle testimonianze raccolte la volontà di ex
carrettieri, quali il vecchio zu Matteu di
Capaci o Giovanni Tresa, zu Vanni, di
restare fedeli alle tradizioni: uguali sono rimasti i ritmi esistenziali e i
comportamenti, come la voglia di riunirsi e perpetuare i canti di un passato
che non rinnegano, forse in virtù del maggiore benessere di cui godevano allora
rispetto all’amara condizione di sfruttamento dei contadini nel latifondo.
Il ceto sociale dei carrettieri si espanse e i carretti siciliani
cominciarono ad affollare le città, al punto che tra il 1913-18 se ne contavano
circa 5mila a Palermo, non appena si intensificarono gli scambi commerciali e
venne realizzato un adeguato sistema viario atto assicurare i collegamenti
tra la città e la campagna. Pur
trattandosi di strade dissestate e prive di ponti, il carretto si prestava a
percorrerle in virtù di due particolari caratteristiche costruttive, come
l’altezza delle ruote o il gioco delle boccole sulle rondelle, realmente utili
a parere di Antonino Buttitta, autore dell’introduzione: egli dubita che un
mezzo di trasporto più basso e dalla rotazione rigida potesse risultare adatto
a percorrere strade come le trazzere
cosparse di buche talora ampie e profonde, a differenza del Capitò che reputa
il carretto un veicolo tecnologicamente sbagliato. La particolarità delle
boccole, sorta di cilindri di bronzo infissi nei mozzi delle ruote, che col
carro in movimento urtano di continuo contro il ferro delle rondelle,
producendo un tintinnio particolare, si spiega pure con il desiderio del
carrettiere di avere con sé un valido accompagnamento musicale. Egli, durante i
suoi lunghi viaggi, canta a distesa per lungo tempo, canzoni d’amore il più
delle volte, piene di sentimento e di poesia: Specchiu di l’occhi mei, unic’aggettu; Vita chi duni vita all’arma mia.
Davide Cufalo
15.10.09 @ 15:46:27
da elisa1
E' facile scrivere un commento: basta ...
05.09.09 @ 21:23:17
da Davide
Non condivido quello che scrivi, perché ...
28.05.09 @ 11:02:38
da Davide
Si chiama servizio civile nazionale, anche ...
19.05.09 @ 19:11:09
da CARMINE
12-15 permessi 'liberi', magari!! Ma che ...
16.02.09 @ 21:10:43
da Salvatore
Richiesta legittima fino a prova contraria. Cari ...
31.01.09 @ 14:33:42
da Davide
Bel Blog, grazie per la promozione. ...
11.12.08 @ 12:29:31
da Giovanni
Joseph Goebbels, il ministro della censura.
01.12.08 @ 11:15:37
da Davide
Il commento al libro è un ...
30.11.08 @ 14:40:57
da Giovy1974
Il mio testamento non può che ...
27.11.08 @ 09:27:02
da Davide